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Un ricordo del dott. Vignetti

Fabrizio Aversa ci ha lasciati, il 13 marzo 2008

AUTORE

(17/3/2008)


Fabrizio sorrideva un po’ triste, aveva perduto un papà adorato a 15 anni ed era rimasto solo con la mamma. Aveva molta ironia, e molta auto-ironia. Diceva di non volersi sposare e di non volere figli, ma in realtà aveva tanto bisogno di qualcuno che gli volesse bene. Si innamorava ogni tanto di donne impossibili, bellissime, che diventavano poi sue profonde amiche, e gli restavano accanto con affetto eterno.
Era appassionato e esperto di tutto.
Sapeva volare, si era comprato un aereo ultraleggero con cui girava per l’Italia come un business man.
La passione per il volo lo aveva portato a progettare un sistema di guida via software che avrebbe permesso di guidare l’aereo come un videogioco, sfruttando la tecnologia dei navigatori satellitari e una serie di sue intuizioni geniali, per le quali aveva già avuto proposte da aviazioni militari europee.
Progettava software micidiali.
Nel nostro campo, la medicina, già in un’epoca in cui i più evoluti programmavano su DB3 con “Clipper”, ha tentato di costruire un sistema di gestione dei dati clinici minimale, con un sistema di eventi atomici autodescrittivi, campi descrittori di campi, per minimizzare la struttura e massimizzare la generalizzazione, con intuizioni considerate moderne e innovative ancora oggi, ma senza mai perdere di vista l’obbiettivo concreto: rendere disponibili on line in ambulatorio le risposte dell’emocromo nell’istante in cui erano pronte, senza ridicole ricerche di pezzi di carta, fotocopie, firme, portantini, giri per i laboratori, per le segreterie, abbattendo i tempi di attesa anche del 50%. Era il 1992… aveva 30 anni.
Era un appassionato di jazz, di quelli che conoscevano tutto, che cercavano le diverse registrazioni storiche dello stesso pezzo per ascoltare le diverse modalità…
Era un genio dell’elettronica, si costruiva da solo impianti stereofonici professionali a valvole, comprando i pezzi su internet, nei ritagli di tempo.
Portava un regalo a mio figlio Andrea a Natale, a Pasqua ed il giorno del suo compleanno, con timidezza lo consegnava a me o a mia moglie, era sempre un po’ in imbarazzo con le manifestazioni di affetto esplicite ed eccessive di un bimbo. Andrea lo adorava.
Dirigeva una media impresa, qui a Roma, Italia, dove a fare l’imprenditore sono capaci solo i figli di papà con i soldi delle banche: lui non aveva papà e i soldi erano suoi. Ed aveva portato lustro al nostro Paese, ha ottenuto finanziamenti europei per progetti prestigiosi che è riuscito a portare via a gruppi multinazionali ben più agguerriti.
Era riuscito a costituire un consorzio che aveva vinto il progetto nazionale di Telemedicina, finanziato dall’Agenzia Spaziale Italiana e supportato dal Ministero della Salute.
Era particolarmente dedicato a sistemi per l’emergenza medica via satellite, ambulanze collegate con sistemi satellitari per l’intervento in emergenza – ed a lui questa rete per l’emergenza non è servita.
Se n’è andato d’improvviso, senza disturbare, da solo, immagino un po’ contrariato ma in fondo non particolarmente stupito. Lui aveva chiarissima la mancanza di logica nella vita, il senso caotico delle cose. Ha cercato di costruire qualcosa divertendosi, che fosse comunque utile da offrire agli altri, lottando per cose in cui si credeva, sempre con umiltà onestà e determinazione, sempre restando in secondo piano. Avendo chiarissimo che nulla dura per sempre, noi in particolare.
Era un mio amico, e non riesco a non piangere perché ora l’ho perduto e sono molte le cose che non siamo riusciti a finire di fare insieme.
Il mio ricordo di lui, su un Calafuria in marzo, mi aveva accompagnato da Roma, usciamo a correre sul mare deserto e un po’ mosso, con la scusa di un meccanico che doveva controllare un motore. Io guidavo, correvamo veloci battendo un po’ sul mare deserto, lui vestito come sempre impeccabile in piedi accanto a noi, io abbasso la testa per discutere con il meccanico, sento Fabrizio che mi dice qualcosa con voce pacata, non capisco perché i motori sono aperti e il rumore è assordante, un po’ infastidito gli faccio cenno “…aspetta un attimo…”, lui resta in silenzio, ma dopo qualche istante insiste e con la sua flemma di gentleman mi batte anche la mano sulla spalla, lui così restio al contatto fisico… Allora alzo gli occhi con l’aria interrogativa e lui dice, il suo sorriso a ironico a metà, profondamente buono, “Marco, l’aliscafo… lo hai visto vero…??? ”.
Guardo davanti a me, a 30 metri un aliscafo ci sta piombando addosso a tutta velocità emerso da chissà dove come solo in mare accade in un istante, io “vecchio lupo di mare” impallidisco e facendo finta di avere tutto sotto controllo viro rapidamente mentre lui, impassibile, con il suo sorrisetto divertito mi guarda… e non resiste e aggiunge “…e poi mi dici che è volare uno sport pericoloso…
E’ così che ti immaginerò per sempre Fabrizio, al mio fianco per avvertirmi quando starò per andare a sbattere contro un aliscafo.
Ti voglio bene, Marco

© 2007 Clinica Ematologica dell'Università di Roma "La Sapienza" Ver. 4.1 del 22/05/2007
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