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Hematology
Meeting Reports: nuovo numero Meeting
ECHO: rituximab nella LLC Lenalidomide,
melphalan e prednisone nel MM
Dott.ssa
Iori ASH
2007: la LMC ASH
2007: il trapianto allogenico ASH
2007: il mieloma multiplo Lenalidomide
e desametasone nel MM in recidiva Ricordo
del prof. Martino 216.000
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News > Ricordo di Fabrizio Aversa Contenuti
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Nessuna Informazione Un ricordo del dott. Vignetti
Fabrizio Aversa ci ha lasciati, il 13 marzo 2008(17/3/2008)
Fabrizio sorrideva un po’ triste, aveva perduto
un papà adorato a 15 anni ed era rimasto solo con la mamma. Aveva molta
ironia, e molta auto-ironia. Diceva di non volersi sposare e di non volere
figli, ma in realtà aveva tanto bisogno di qualcuno che gli volesse bene.
Si innamorava ogni tanto di donne impossibili, bellissime, che diventavano
poi sue profonde amiche, e gli restavano accanto con affetto
eterno.
Era appassionato e esperto di
tutto.
Sapeva volare, si era comprato un aereo
ultraleggero con cui girava per l’Italia come un business
man.
La passione per il volo lo aveva portato a
progettare un sistema di guida via software che avrebbe permesso di
guidare l’aereo come un videogioco, sfruttando la tecnologia dei
navigatori satellitari e una serie di sue intuizioni geniali, per le quali
aveva già avuto proposte da aviazioni militari europee.
Progettava software micidiali.
Nel nostro campo, la medicina, già in un’epoca
in cui i più evoluti programmavano su DB3 con “Clipper”, ha tentato di
costruire un sistema di gestione dei dati clinici minimale, con un sistema
di eventi atomici autodescrittivi, campi descrittori di campi, per
minimizzare la struttura e massimizzare la generalizzazione, con
intuizioni considerate moderne e innovative ancora oggi, ma senza mai
perdere di vista l’obbiettivo concreto: rendere disponibili on line in
ambulatorio le risposte dell’emocromo nell’istante in cui erano pronte,
senza ridicole ricerche di pezzi di carta, fotocopie, firme, portantini,
giri per i laboratori, per le segreterie, abbattendo i tempi di attesa
anche del 50%. Era il 1992… aveva 30 anni.
Era un appassionato di jazz, di quelli che
conoscevano tutto, che cercavano le diverse registrazioni storiche dello
stesso pezzo per ascoltare le diverse modalità…
Era un genio dell’elettronica, si costruiva da
solo impianti stereofonici professionali a valvole, comprando i pezzi su
internet, nei ritagli di tempo.
Portava un regalo a mio figlio Andrea a Natale,
a Pasqua ed il giorno del suo compleanno, con timidezza lo consegnava a me
o a mia moglie, era sempre un po’ in imbarazzo con le manifestazioni di
affetto esplicite ed eccessive di un bimbo. Andrea lo
adorava.
Dirigeva una media impresa, qui a Roma, Italia,
dove a fare l’imprenditore sono capaci solo i figli di papà con i soldi
delle banche: lui non aveva papà e i soldi erano suoi. Ed aveva portato
lustro al nostro Paese, ha ottenuto finanziamenti europei per progetti
prestigiosi che è riuscito a portare via a gruppi multinazionali ben più
agguerriti.
Era riuscito a costituire un consorzio che aveva
vinto il progetto nazionale di Telemedicina, finanziato dall’Agenzia
Spaziale Italiana e supportato dal Ministero della Salute.
Era particolarmente dedicato a sistemi per
l’emergenza medica via satellite, ambulanze collegate con sistemi
satellitari per l’intervento in emergenza – ed a lui questa rete per
l’emergenza non è servita.
Se n’è andato d’improvviso, senza disturbare, da
solo, immagino un po’ contrariato ma in fondo non particolarmente stupito.
Lui aveva chiarissima la mancanza di logica nella vita, il senso caotico
delle cose. Ha cercato di costruire qualcosa divertendosi, che fosse
comunque utile da offrire agli altri, lottando per cose in cui si credeva,
sempre con umiltà onestà e determinazione, sempre restando in secondo
piano. Avendo chiarissimo che nulla dura per sempre, noi in
particolare.
Era un mio amico, e non riesco a non piangere
perché ora l’ho perduto e sono molte le cose che non siamo riusciti a
finire di fare insieme.
Il mio ricordo di lui, su un Calafuria in marzo,
mi aveva accompagnato da Roma, usciamo a correre sul mare deserto e un po’
mosso, con la scusa di un meccanico che doveva controllare un motore. Io
guidavo, correvamo veloci battendo un po’ sul mare deserto, lui vestito
come sempre impeccabile in piedi accanto a noi, io abbasso la testa per
discutere con il meccanico, sento Fabrizio che mi dice qualcosa con voce
pacata, non capisco perché i motori sono aperti e il rumore è assordante,
un po’ infastidito gli faccio cenno “…aspetta un attimo…”, lui resta in
silenzio, ma dopo qualche istante insiste e con la sua flemma di gentleman
mi batte anche la mano sulla spalla, lui così restio al contatto fisico…
Allora alzo gli occhi con l’aria interrogativa e lui dice, il suo sorriso
a ironico a metà, profondamente buono, “Marco, l’aliscafo… lo hai
visto vero…??? ”.
Guardo davanti a me, a 30 metri un aliscafo ci
sta piombando addosso a tutta velocità emerso da chissà dove come solo in
mare accade in un istante, io “vecchio lupo di mare” impallidisco e
facendo finta di avere tutto sotto controllo viro rapidamente mentre lui,
impassibile, con il suo sorrisetto divertito mi guarda… e non resiste e
aggiunge “…e poi mi dici che è volare uno sport
pericoloso…”
E’ così che ti immaginerò per sempre Fabrizio,
al mio fianco per avvertirmi quando starò per andare a sbattere contro un
aliscafo.
Ti voglio bene, Marco | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||